Il nome nudo

“Diventa ciò che sei.”
F. Nietzsche

Brevi note sull'uomo senza contenuto e su chi rifiuta di prendere posizione nel campo.

Il sistema dell'arte oggi non chiede talento. Chiede reperibilità. Il sociologo Pierre Bourdieu lo aveva scritto con la freddezza di chi descrive un'azione meccanica, non un'ingiustizia: il campo artistico non è uno spazio di opere, è uno spazio di posizioni reciproche, dove ogni opera vale, prima ancora di essere guardata, come prise de position — presa di posizione — dentro una rete di posizioni già occupate da altri. Chi non prende posizione non viene scartato: è, più semplicemente, illeggibile alla grammatica del campo, una mossa non prevista dalle regole del gioco e perciò non registrata sulla scacchiera.

L'arte contemporanea ha da tempo rinunciato alla finzione della propria autonomia: lo storico dell'arte Peter Bürger ne registrò il tramonto teorico nella sua Teoria dell'avanguardia, il critico Suhail Malik ne ha da ultimo formalizzato la fase che oggi chiamiamo post-autonoma e questa genealogia conferma quanto Adorno aveva già diagnosticato con crudele anticipo: l'opera, sottratta a ogni funzione culturale, non conquista l'indipendenza promessa, ma viene riassorbita da un'industria culturale capace di trasformare in merce persino il gesto che la rifiuta. Mercato, curatela, fiera, brand, causa politica non sono corruzioni accidentali del campo: sono il campo. Chi se ne tiene fuori — non per calcolo strategico, ma perché la propria faccenda è altrove, con una soglia, un residuo, un silenzio che nessuna presa di posizione saprebbe onorare — non viene condannato. Viene disattivato come segnale.

Da qui la ricerca, quasi patetica nella sua ostinazione, di un possibile nome che dica questa posizione senza più posizione. "Praticante" è una parola valida ed interessante, ma da tempo requisita da una vasta industria della cura di sé che ha convertito l'antica askesis ellenistica — la disciplina che Seneca raccomandava all'anima — in un repertorio di tecniche per il benessere dell'individuo: dirsi "praticante" rischia oggi l'iscrizione d'ufficio in quella genealogia rovesciata, dove l'esercizio non trasforma più chi lo compie ma lo intrattiene. "Artefice" è una parola più fiera, ma è stata a sua volta sequestrata, questa volta dal mito borghese dell'uomo che si fa da sé, discendente diretto di quell'etica protestante che Weber descriveva come spirito del capitalismo: l'artefice pre-kantiano, colui che asseconda una materia secondo una regola, è annegato sotto il peso semantico dell'artefice imprenditore di se stesso. "Poetico", infine, promette precisione e regala una confusione doppia: da un lato l'omonimia con il poeta, mestiere altro; dall'altro, più insidioso, il tradimento della propria etimologia. Il greco poiein — fare, nel senso ampio di portare all'essere — vive ancora, integro, nell'aggettivo tecnico "poietico"; ma nell'uso corrente quel legame si è reciso e "poetico" è scivolato nell'estetica crociana dell'espressione pura, dove tutto ciò che commuove diventa poesia e nulla, per definizione, resta più operazione.

Ma il fallimento sistematico di ogni tentativo non è un incidente lessicale: è la conferma di una diagnosi più radicale, quella che Agamben formula ne L'uomo senza contenuto. L'estetica post-kantiana, scindendo il genio — la spontaneità soggettiva del produttore — dal gusto, cioè dal giudizio condiviso della comunità che un tempo dava all'opera il suo posto in un mondo comune, lascia l'artista moderno privato di ogni contenuto positivo: pura operatività senza collocazione, volontà senza mondo pronto a riceverla. Se questa diagnosi regge, allora nessun sostantivo potrà mai nominare adeguatamente una posizione che è, strutturalmente, l'assenza di ogni predicato condivisibile: ogni nome comune tentato porta con sé, inevitabilmente, un contenuto preso in prestito da qualche altra pratica — la cura di sé, l'impresa di sé, l'espressione lirica — perché solo un contenuto rubato altrove può colmare, provvisoriamente, un vuoto strutturale. La ricerca del nome giusto era condannata fin dall'inizio, non per povertà del vocabolario, ma perché si cercava un predicato per un soggetto che l'estetica moderna ha reso, con rigore implacabile, impredicabile.

Resta un solo segno linguistico capace di designare senza predicare: il nome proprio. Samuel Kripke lo chiamava designatore rigido: a differenza di ogni termine di genere, non porta con sé un fascio di descrizioni sostituibili, non apre una classe cui appartenere. Punta, senza dire che cosa. Ed è esattamente ciò di cui l'uomo senza contenuto ha bisogno: non un'altra descrizione destinata a essere disattesa, ma un segno che non promette nulla da disattendere.

Duchamp lo aveva già intuito, ritirandosi dietro la scacchiera dopo aver esaurito ogni mossa disponibile nel vocabolario dell'arte, non per resa, ma per rifiuto lucido di lasciarsi ridescrivere ancora. Blanchot ne aveva fatto una vera e propria estetica, il désœuvrement, l'opera che si sottrae strutturalmente al proprio compiersi in un'identità stabile. E la teologia negativa, molto prima di entrambi, aveva già insegnato che, esaurita ogni predicazione possibile, quel che resta legittimo dire è il nome nudo, nella tradizione ebraica, reso perfino impronunciabile, per eccesso di rispetto verso ciò che nessun predicato può contenere senza tradirlo.

Il nome proprio non entra nel campo, non genera prese di posizione, non produce il consenso reciproco su cui il gioco si regge. Le curatele hanno bisogno che tu sia qualcosa, per poterti collocare accanto a qualcos'altro; il nome nudo non offre loro nulla da collocare. Ma forse è proprio questo il punto, non il suo limite: Morandi non è mai stato davvero iscritto sotto un'etichetta di movimento ma si insegna come "Morandi", nome nudo che non colma una lacuna ma certifica il peso specifico raggiunto quando un'opera smette di aver bisogno di un contenuto per essere riconosciuta. Chi oggi non trova posizione in alcun punto del campo può solo attendere che il tempo compia lo stesso lavoro e nel frattempo, senza attendere nulla, presentarsi con il proprio nome: l'unica cosa che di sé può dire senza mentire.

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