La ragione errante
Miguel de Cervantes
“Dilla, rispose don Chisciotte, ma sii breve, che un discorso lungo non può mai dar piacere.”
Miguel de Cervantes
Mi riconosco nella figura del cavaliere errante, non per il suo eroismo, ma per la sua irriducibile malinconia. Don Chisciotte attraversa un mondo che non corrisponde ai suoi desideri, affronta la sconfitta, conosce il dolore del corpo e l'umiliazione del ridicolo. Eppure continua a cercare. La sua follia non è soltanto un errore della ragione: è anche l'espressione dolorosa di una distanza tra ciò che il mondo è e ciò che l'uomo vorrebbe che fosse. In questa distanza riconosco una delle condizioni della pratica artistica. Dopo Nietzsche, il mondo non offre più fondamenti assoluti ai quali affidare il significato dell'esistenza. L'uomo è chiamato a confrontarsi con la responsabilità della propria creazione, ma anche con la solitudine che ne deriva. Non credo, tuttavia, che l'artista possa assumere ingenuamente il ruolo di un nuovo creatore di valori, sovrano delle proprie immagini e delle proprie verità.
Foucault mi invita a interrogare le condizioni che rendono possibile una verità, i confini storici fra ragione e follia, le convenzioni attraverso cui riconosciamo l'identico e respingiamo il diverso. Derrida introduce un'ulteriore inquietudine: il significato non è mai definitivamente presente a se stesso; ogni rappresentazione custodisce una differenza, una traccia, qualcosa che resiste alla sua conclusione. È in questo territorio instabile che situo la mia ricerca. La fotografia non è per me soltanto registrazione del visibile. È un dispositivo di interrogazione. La sottopongo a trasformazioni, sottrazioni, interventi materici, nuove riprese. Ne altero la superficie e la continuità, introduco figure improbabili, identità incerte, presenze che oscillano fra il volto e la maschera. Non cerco di rappresentare la follia, ma di avvicinarmi a quel punto in cui la ragione incontra i limiti delle proprie categorie. Mi interessano le soglie, le interruzioni, le geometrie imperfette, gli ostacoli che interrompono il cammino senza annullarne il desiderio. Una rete che impedisce il passaggio può trasformarsi in uno strumento di conoscenza. Un volto alterato può rivelare la fragilità dell'identità. Un'immagine apparentemente distrutta può generare un nuovo ordine del visibile.
Non considero l'errore necessariamente un fallimento, né l'incompiutezza una mancanza da correggere. Sono possibilità interne al processo creativo, occasioni per mettere alla prova le regole con cui organizzo la mia esperienza. Il mio cavaliere errante non combatte più contro i giganti. Attraversa immagini, parole, simulacri, sistemi di segni. Non cerca di imporre al mondo la propria verità: impara a dubitare anche degli strumenti attraverso cui pretende di conoscerlo. In questo senso, l'erranza non è assenza di metodo. È un metodo che accetta la deviazione, che non conosce in anticipo il proprio approdo e non considera definitiva alcuna conquista. Continuo a cercare una forma, pur sapendo che ogni forma è provvisoria. Continuo a costruire immagini, pur conoscendo l'insufficienza di ogni rappresentazione. Forse è proprio questa la mia particolare fedeltà a Don Chisciotte: non la volontà di attraversare a ogni costo il confine, ma il desiderio di rimanere davanti alla sua resistenza, di osservarlo, toccarlo e comprenderlo.
Non cerco più una verità oltre il limite. Cerco ciò che il limite mi permette di conoscere.
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