Piccola storia del martello nel pensiero occidentale
“Ciò che oggi scriviamo sulla lavagna, domani lo cancelleremo.”
Bertolt Brecht
(ovvero: come ogni grande mente ha risolto il problema della noce)
Platone non avrebbe mai toccato il martello. Il martello appartiene al mondo sensibile: è una copia imperfetta dell'Idea di Martello, che esiste nel mondo iperuranio in forma pura, senza ruggine, senza peso e senza il fastidioso rumore che fa quando colpisce. Il carpentiere che usa il martello reale non sta costruendo, o meglio, sta cercando di ricordare, confusamente, la perfezione di cui il martello è un'ombra. La noce, del resto, è anch'essa un'ombra. Il filosofo non rompe le noci: le contempla fino a quando non vede l'Idea di Noce, che è eterna e non richiede certo di essere aperta.
Aristotele avrebbe invece preso il martello con grande soddisfazione pratica. Il martello ha una causa materiale (il ferro), una causa formale (la forma adatta a colpire), una causa efficiente (il fabbro che lo ha fatto) e una causa finale (rompere la noce). È uno strumento teleologico perfetto. Aristotele avrebbe scritto un trattato in quattro libri sul martello, classificandolo accuratamente tra gli strumenti percussivi di tipo discendente, avrebbe distinto il martello da falegname da quello da muratore, quindi avrebbe notato che il martello è per natura superiore all'incudine perché agisce mentre l'altra subisce e, per finire, avrebbe concluso che la noce merita di essere rotta perché è la sua finalità naturale. Il tutto in uno stile che rende la semplice azione di alzare un braccio e abbassarlo come la cosa più complicata dell'universo conosciuto!
Cartesio si sarebbe seduto di fronte al martello e avrebbe dubitato della sua esistenza. Come posso sapere che il martello è reale? Un genio maligno potrebbe ingannarmi facendomi credere di tenere in mano un martello mentre in realtà non c'è nulla. Tuttavia — e qui Cartesio si illumina — dubito dell'esistenza del martello, il che significa che penso, il che significa anche che esisto. Una volta stabilita l'esistenza del cogito, Cartesio avrebbe dimostrato l'esistenza di Dio, poi usato Dio come garante della veridicità delle percezioni e infine — con un percorso di sole quattrocentoventi pagine — avrebbe giustificato razionalmente l'uso del martello. La noce, nel frattempo, si sarebbe seccata.
Francis Bacon avrebbe usato il martello con entusiasmo metodico e ne sarebbe rimasto soddisfatto. Per Bacon il martello è lo strumento del metodo induttivo: colpisci molte noci, osservi i risultati, estrai la regola generale. Una noce si apre con tre colpi. Un'altra con cinque. Una terza non si apre affatto. Bacon avrebbe compilato una Historia Naturalis delle Noci in ventisette volumi, documentando ogni colpo, ogni crepa, ogni angolo di impatto. Il sapere è potere e il potere si esercita col martello. La natura va interrogata con forza: non aspettare che riveli i suoi segreti. Questo è esattamente ciò che la Grammatica della Cura non farebbe mai, ma Bacon non lo sapeva ancora...
Kant avrebbe esaminato il martello criticamente, ovvero avrebbe chiesto: come è possibile la condizione di possibilità del martello? Il martello in sé — il Ding an sich — è inconoscibile. Ciò che percepiamo è il martello come appare alle nostre forme a priori dell'intuizione (spazio e tempo) e alle nostre categorie dell'intelletto (causalità, sostanza, eccetera). Quando il martello colpisce la noce, non è il martello reale che colpisce la noce reale: è il fenomeno-martello che colpisce il fenomeno-noce e la causalità che connette i due è una categoria che la mente impone all'esperienza, non una proprietà delle cose. La noce si apre o almeno, il fenomeno della noce appare aperto alla nostra intuizione. Cosa accada alla noce in sé, nessuno può dirlo.
Hegel avrebbe visto nel martello la dialettica in azione. Il martello è la tesi. La noce è l'antitesi. Il rumore che fa quando la colpisce è il conflitto del negativo che lavora nel reale. La noce che si apre è la sintesi, la Aufhebung, la negazione-che-conserva: la noce non sparisce, viene superata in una forma superiore che è insieme il martello, la noce e il gesto che li unisce. Lo spirito si realizza nella rottura della noce. La storia del mondo è la storia di un numero sempre crescente di noci rotte dallo Spirito Assoluto che prende sempre più coscienza di sé attraverso di esse. Napoleone, incontrato da Hegel per strada nel 1806, era quasi certamente diretto a rompere una noce (di questo episodio non ci sono fonti attendibili ma ne sono più che certo).
Marx avrebbe preso il martello e chiesto: a chi appartiene? Non a chi lo usa ma a chi lo possiede. Il martello è mezzo di produzione. Chi possiede il martello possiede anche il prodotto della rottura della noce. Il lavoratore che rompe la noce aliena il proprio lavoro — il gesto, la fatica, la competenza accumulata — nel prodotto finito che non gli appartiene. La noce aperta contiene il plusvalore estratto dal portatore del martello. Marx avrebbe rovesciato Hegel: la dialettica non si svolge nello spirito ma nella materia, nei rapporti di produzione, nelle mani callose di chi il martello lo usa davvero. Il martello è strumento di emancipazione ma anche di oppressione, a seconda di chi stabilisce le condizioni del suo utilizzo.
Nietzsche avrebbe impugnato il martello con grande soddisfazione e avrebbe scritto un libro intitolato Filosofare col Martello. In effetti lo ha fatto. Per Nietzsche il martello non rompe le noci. Colpisce gli idoli: le certezze cristallizzate, i valori decadenti, i sistemi filosofici troppo sicuri di sé. Il suono del martello che colpisce un idolo non è rumore: è diagnostico. Si ascolta quanto è vuoto. Più risuona, più è cavo. La morale cristiana risuona come una campana vuota. Il platonismo risuona come un tamburo di latta. Il positivismo risuona come un barattolo di conserva. Nietzsche col martello non costruisce ma svuota, per lasciare spazio a valori che non siano ancora stati inventati. La noce, in questo contesto, è solo superflua.
Heidegger avrebbe scritto quarantadue pagine sul martello senza mai usarlo e in quelle quarantadue pagine avrebbe detto qualcosa di profondo. Per Heidegger il martello in uso è invisibile: quando martello bene, il martello scompare, diventa un'estensione della mano, non un oggetto di cui sono consapevole. Il martello si rivela come oggetto solo quando si rompe, quando la testa si stacca dal manico, quando è troppo pesante, quando manca. È la Zuhandenheit — la disponibilità-alla-mano — che caratterizza gli strumenti nel loro uso autentico, contrapposta alla Vorhandenheit — la presenza-davanti — che caratterizza le cose quando le osserviamo da fuori. La scienza studia il martello in Vorhandenheit: lo misura, lo classifica, ne descrive la massa e la composizione chimica. Ma il carpentiere abita il martello in Zuhandenheit: lo conosce nel gesto, non nella descrizione. La noce si apre non perché il carpentiere abbia calcolato il vettore forza ottimale ma perché è nel mondo con il martello in un modo che precede qualsiasi calcolo.
Wittgenstein nel primo periodo avrebbe detto che il martello è un fatto nel mondo e i fatti nel mondo possono essere rappresentati da proposizioni logicamente ben formate. "Il martello colpisce la noce" è una proposizione atomica che raffigura uno stato di cose. Di ciò che non si può dire — perché il carpentiere sa usare il martello, cosa significa che il colpo è giusto, perché quella noce non meritava di essere aperta — si deve tacere! Il Wittgenstein maturo (di seconda maniera) avrebbe detto l'opposto: "martello" non ha un significato fisso ma ha un uso solo in un gioco linguistico. In un gioco si costruisce, in un altro si vota, in un altro ancora si filosofa col martello nel senso di Nietzsche. Il significato è l'uso. E l'uso si impara non per definizione ma per partecipazione alla forma di vita in cui il gioco si gioca. Punto.
Foucault non avrebbe parlato del martello: avrebbe parlato di chi ha deciso che il martello fosse lo strumento legittimo, in quale epoca, attraverso quali discorsi di potere, all'interno di quale episteme. Il martello non è neutro: è il prodotto di una tradizione tecnica che ha privilegiato la percussione sulla levigatura, la forza sull'astuzia, il colpo singolo sulla pressione graduale. L'archeologia del martello rivelerebbe le condizioni di possibilità del suo utilizzo: perché certi materiali vengono rotti e non sciolti, perché certi problemi vengono attaccati e non scavati attorno. Il martello è un dispositivo e ogni dispositivo produce soggetti, non solo oggetti.
Grothendieck non avrebbe usato il martello. Lo avrebbe immerso nel mare. E aspettato...
La grammatica della cura avrebbe chiesto: ma perché si vuole aprire la noce? Chi ha deciso che la noce debba essere aperta? Forse la noce sta bene così. Forse c'è un modo di stare con la noce chiusa che insegna qualcosa che la noce aperta non può più insegnare. E se proprio deve essere aperta, forse non è il colpo il gesto giusto, forse è l'attesa, il calore, il tempo, la relazione tra la noce e chi la tiene in mano. Il martello sa solo colpire. Ma non tutto ciò che esiste è un chiodo!
Eteronimi
Solo una conchiglia?
Grammatica della Cura
Se un albero potesse parlare, non userebbe le nostre parole
Bertolt Brecht
(ovvero: come ogni grande mente ha risolto il problema della noce)
Platone non avrebbe mai toccato il martello. Il martello appartiene al mondo sensibile: è una copia imperfetta dell'Idea di Martello, che esiste nel mondo iperuranio in forma pura, senza ruggine, senza peso e senza il fastidioso rumore che fa quando colpisce. Il carpentiere che usa il martello reale non sta costruendo, o meglio, sta cercando di ricordare, confusamente, la perfezione di cui il martello è un'ombra. La noce, del resto, è anch'essa un'ombra. Il filosofo non rompe le noci: le contempla fino a quando non vede l'Idea di Noce, che è eterna e non richiede certo di essere aperta.
Aristotele avrebbe invece preso il martello con grande soddisfazione pratica. Il martello ha una causa materiale (il ferro), una causa formale (la forma adatta a colpire), una causa efficiente (il fabbro che lo ha fatto) e una causa finale (rompere la noce). È uno strumento teleologico perfetto. Aristotele avrebbe scritto un trattato in quattro libri sul martello, classificandolo accuratamente tra gli strumenti percussivi di tipo discendente, avrebbe distinto il martello da falegname da quello da muratore, quindi avrebbe notato che il martello è per natura superiore all'incudine perché agisce mentre l'altra subisce e, per finire, avrebbe concluso che la noce merita di essere rotta perché è la sua finalità naturale. Il tutto in uno stile che rende la semplice azione di alzare un braccio e abbassarlo come la cosa più complicata dell'universo conosciuto!
Cartesio si sarebbe seduto di fronte al martello e avrebbe dubitato della sua esistenza. Come posso sapere che il martello è reale? Un genio maligno potrebbe ingannarmi facendomi credere di tenere in mano un martello mentre in realtà non c'è nulla. Tuttavia — e qui Cartesio si illumina — dubito dell'esistenza del martello, il che significa che penso, il che significa anche che esisto. Una volta stabilita l'esistenza del cogito, Cartesio avrebbe dimostrato l'esistenza di Dio, poi usato Dio come garante della veridicità delle percezioni e infine — con un percorso di sole quattrocentoventi pagine — avrebbe giustificato razionalmente l'uso del martello. La noce, nel frattempo, si sarebbe seccata.
Francis Bacon avrebbe usato il martello con entusiasmo metodico e ne sarebbe rimasto soddisfatto. Per Bacon il martello è lo strumento del metodo induttivo: colpisci molte noci, osservi i risultati, estrai la regola generale. Una noce si apre con tre colpi. Un'altra con cinque. Una terza non si apre affatto. Bacon avrebbe compilato una Historia Naturalis delle Noci in ventisette volumi, documentando ogni colpo, ogni crepa, ogni angolo di impatto. Il sapere è potere e il potere si esercita col martello. La natura va interrogata con forza: non aspettare che riveli i suoi segreti. Questo è esattamente ciò che la Grammatica della Cura non farebbe mai, ma Bacon non lo sapeva ancora...
Kant avrebbe esaminato il martello criticamente, ovvero avrebbe chiesto: come è possibile la condizione di possibilità del martello? Il martello in sé — il Ding an sich — è inconoscibile. Ciò che percepiamo è il martello come appare alle nostre forme a priori dell'intuizione (spazio e tempo) e alle nostre categorie dell'intelletto (causalità, sostanza, eccetera). Quando il martello colpisce la noce, non è il martello reale che colpisce la noce reale: è il fenomeno-martello che colpisce il fenomeno-noce e la causalità che connette i due è una categoria che la mente impone all'esperienza, non una proprietà delle cose. La noce si apre o almeno, il fenomeno della noce appare aperto alla nostra intuizione. Cosa accada alla noce in sé, nessuno può dirlo.
Hegel avrebbe visto nel martello la dialettica in azione. Il martello è la tesi. La noce è l'antitesi. Il rumore che fa quando la colpisce è il conflitto del negativo che lavora nel reale. La noce che si apre è la sintesi, la Aufhebung, la negazione-che-conserva: la noce non sparisce, viene superata in una forma superiore che è insieme il martello, la noce e il gesto che li unisce. Lo spirito si realizza nella rottura della noce. La storia del mondo è la storia di un numero sempre crescente di noci rotte dallo Spirito Assoluto che prende sempre più coscienza di sé attraverso di esse. Napoleone, incontrato da Hegel per strada nel 1806, era quasi certamente diretto a rompere una noce (di questo episodio non ci sono fonti attendibili ma ne sono più che certo).
Marx avrebbe preso il martello e chiesto: a chi appartiene? Non a chi lo usa ma a chi lo possiede. Il martello è mezzo di produzione. Chi possiede il martello possiede anche il prodotto della rottura della noce. Il lavoratore che rompe la noce aliena il proprio lavoro — il gesto, la fatica, la competenza accumulata — nel prodotto finito che non gli appartiene. La noce aperta contiene il plusvalore estratto dal portatore del martello. Marx avrebbe rovesciato Hegel: la dialettica non si svolge nello spirito ma nella materia, nei rapporti di produzione, nelle mani callose di chi il martello lo usa davvero. Il martello è strumento di emancipazione ma anche di oppressione, a seconda di chi stabilisce le condizioni del suo utilizzo.
Nietzsche avrebbe impugnato il martello con grande soddisfazione e avrebbe scritto un libro intitolato Filosofare col Martello. In effetti lo ha fatto. Per Nietzsche il martello non rompe le noci. Colpisce gli idoli: le certezze cristallizzate, i valori decadenti, i sistemi filosofici troppo sicuri di sé. Il suono del martello che colpisce un idolo non è rumore: è diagnostico. Si ascolta quanto è vuoto. Più risuona, più è cavo. La morale cristiana risuona come una campana vuota. Il platonismo risuona come un tamburo di latta. Il positivismo risuona come un barattolo di conserva. Nietzsche col martello non costruisce ma svuota, per lasciare spazio a valori che non siano ancora stati inventati. La noce, in questo contesto, è solo superflua.
Heidegger avrebbe scritto quarantadue pagine sul martello senza mai usarlo e in quelle quarantadue pagine avrebbe detto qualcosa di profondo. Per Heidegger il martello in uso è invisibile: quando martello bene, il martello scompare, diventa un'estensione della mano, non un oggetto di cui sono consapevole. Il martello si rivela come oggetto solo quando si rompe, quando la testa si stacca dal manico, quando è troppo pesante, quando manca. È la Zuhandenheit — la disponibilità-alla-mano — che caratterizza gli strumenti nel loro uso autentico, contrapposta alla Vorhandenheit — la presenza-davanti — che caratterizza le cose quando le osserviamo da fuori. La scienza studia il martello in Vorhandenheit: lo misura, lo classifica, ne descrive la massa e la composizione chimica. Ma il carpentiere abita il martello in Zuhandenheit: lo conosce nel gesto, non nella descrizione. La noce si apre non perché il carpentiere abbia calcolato il vettore forza ottimale ma perché è nel mondo con il martello in un modo che precede qualsiasi calcolo.
Wittgenstein nel primo periodo avrebbe detto che il martello è un fatto nel mondo e i fatti nel mondo possono essere rappresentati da proposizioni logicamente ben formate. "Il martello colpisce la noce" è una proposizione atomica che raffigura uno stato di cose. Di ciò che non si può dire — perché il carpentiere sa usare il martello, cosa significa che il colpo è giusto, perché quella noce non meritava di essere aperta — si deve tacere! Il Wittgenstein maturo (di seconda maniera) avrebbe detto l'opposto: "martello" non ha un significato fisso ma ha un uso solo in un gioco linguistico. In un gioco si costruisce, in un altro si vota, in un altro ancora si filosofa col martello nel senso di Nietzsche. Il significato è l'uso. E l'uso si impara non per definizione ma per partecipazione alla forma di vita in cui il gioco si gioca. Punto.
Foucault non avrebbe parlato del martello: avrebbe parlato di chi ha deciso che il martello fosse lo strumento legittimo, in quale epoca, attraverso quali discorsi di potere, all'interno di quale episteme. Il martello non è neutro: è il prodotto di una tradizione tecnica che ha privilegiato la percussione sulla levigatura, la forza sull'astuzia, il colpo singolo sulla pressione graduale. L'archeologia del martello rivelerebbe le condizioni di possibilità del suo utilizzo: perché certi materiali vengono rotti e non sciolti, perché certi problemi vengono attaccati e non scavati attorno. Il martello è un dispositivo e ogni dispositivo produce soggetti, non solo oggetti.
Grothendieck non avrebbe usato il martello. Lo avrebbe immerso nel mare. E aspettato...
La grammatica della cura avrebbe chiesto: ma perché si vuole aprire la noce? Chi ha deciso che la noce debba essere aperta? Forse la noce sta bene così. Forse c'è un modo di stare con la noce chiusa che insegna qualcosa che la noce aperta non può più insegnare. E se proprio deve essere aperta, forse non è il colpo il gesto giusto, forse è l'attesa, il calore, il tempo, la relazione tra la noce e chi la tiene in mano. Il martello sa solo colpire. Ma non tutto ciò che esiste è un chiodo!
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