Il coro dell'alba
“La natura non fa nulla di inutile.”
Aristotele, De Anima
C'è un momento, tra il sonno e la veglia, in cui il mondo comincia senza di te. La finestra è socchiusa mentre fuori, qualcosa sta già accadendo, rumoroso, indifferente e bellissimo. Sono gli uccelli. Io resto ad ascoltare, senza ancora decidere se alzarmi. Questo succede ogni mattina, in primavera. Ed è diventata una delle poche cose a cui tengo senza sapere bene perché. O meglio: senza che il perché abbia molta importanza. Ho scoperto solo di recente che quanto descritto ha un nome preciso in etologia: dawn chorus, il coro dell'alba. Non è un fenomeno casuale né caotico come sembra dall'interno. Inizia circa un'ora prima del sorgere del sole e segue un andamento sorprendente: ogni specie entra in scena al proprio momento, come in un'orchestra con una partitura invisibile. I pettirossi aprono. Poi i merli ("Va beneeeeeee?"). Poi le cinciallegre, i fringuelli. C'è un ordine anche se viverlo da dentro somiglia più a un grande disordine festivo. Comunicano davvero? Sì, ma non come noi. I canti degli uccelli si dividono in songs — elaborati, appresi, individuali, il vero concerto — e calls, brevi e innati: allarme, contatto, richiamo. Quello che ascolto all'alba è quasi sempre song. Ha un destinatario, ma è diffuso nello spazio. Non è un dialogo: è una dichiarazione pubblica continua, un'affermazione di esistenza lanciata verso nessuno in particolare e verso tutti insieme. Quella voce che sento e che nella mia mente suona come "Va beneeeee?" — con quel tono interrogativo e quasi ironico — è quasi certamente un merlo, Turdus merula. Tra i cantori più sofisticati d'Europa: canto vario, quasi improvvisato, con cadenze ascendenti e discendenti che il cervello umano tende istintivamente ad antropomorfizzare. Gli si prestano parole. Gli si attribuiscono intenzioni. È inevitabile. Ma è anche il punto esatto in cui ci sbagliamo, o almeno, in cui la cosa più interessante ci sfugge. Perché il canto degli uccelli non è linguaggio. Ha struttura, ha intenzione, ha persino qualcosa che somiglia alla sintassi, ma non entra nel nostro ordine simbolico. Non significa per noi. Esiste in una dimensione che il significato non raggiunge e che nessuna traduzione potrà mai raggiungere del tutto. Posso chiamarlo "Va bene?" ma in quel momento l'ho già perso. L'ho addomesticato, ridotto, portato dentro un sistema che non è più il suo.
Lacan chiamava il Reale questa zona: non la realtà — quella è già mediata, già organizzata dal linguaggio e dalle immagini — ma ciò che le sta prima, o dopo, o ai margini. Ciò che resiste alla simbolizzazione in modo assoluto. Il Reale non si rappresenta: al massimo si sfiora, in quei momenti in cui qualcosa ci tocca senza che riusciamo a dire esattamente cosa, o perché. Il canto degli uccelli all'alba vive lì. Ha la forma della comunicazione senza essere comunicazione per me. Arriva, mi raggiunge, produce qualcosa e tuttavia rimane dall'altra parte, intatto e irriducibile. Non lo capisco e non potrei capirlo. Ma lo ricevo. E questa ricezione impossibile è forse la cosa più precisa che posso dire. C'è una parola, anche questa lacaniana, che aiuta: jouissance. Non il piacere ordinario — quello che si nomina, si ripete, si gestisce — ma un godimento che eccede il significato, che viene precisamente da ciò che non si lascia addomesticare dalla parola. Quel buon umore inspiegabile che mi prende mentre ascolto, quella leggerezza che non so ricondurre a niente di preciso: potrebbe essere esattamente quello. Il contatto con qualcosa che esiste fuori dalla rete del senso e che per questo — paradossalmente — fa qualcosa in me in modo più diretto di quanto farebbe qualsiasi cosa comprensibile. La finestra aperta è un atto piccolo e preciso. Non cerco di capire ma accetto di essere attraversato. Il mondo funziona, rumoroso e indifferente, già in moto. Io lo abito un momento prima di doverlo gestire, in quel margine stretto tra il sonno e il giorno, in cui il Reale passa e per una volta, invece di difendermi, lascio che passi. E questo è già sufficiente. Anzi, è moltissimo.
Eteronimi
L'uomo come collage esistenziale
Luoghi Comuni: una Geografia dell'Anima contro l'Omologazione Contemporanea
PAX
Aristotele, De Anima
C'è un momento, tra il sonno e la veglia, in cui il mondo comincia senza di te. La finestra è socchiusa mentre fuori, qualcosa sta già accadendo, rumoroso, indifferente e bellissimo. Sono gli uccelli. Io resto ad ascoltare, senza ancora decidere se alzarmi. Questo succede ogni mattina, in primavera. Ed è diventata una delle poche cose a cui tengo senza sapere bene perché. O meglio: senza che il perché abbia molta importanza. Ho scoperto solo di recente che quanto descritto ha un nome preciso in etologia: dawn chorus, il coro dell'alba. Non è un fenomeno casuale né caotico come sembra dall'interno. Inizia circa un'ora prima del sorgere del sole e segue un andamento sorprendente: ogni specie entra in scena al proprio momento, come in un'orchestra con una partitura invisibile. I pettirossi aprono. Poi i merli ("Va beneeeeeee?"). Poi le cinciallegre, i fringuelli. C'è un ordine anche se viverlo da dentro somiglia più a un grande disordine festivo. Comunicano davvero? Sì, ma non come noi. I canti degli uccelli si dividono in songs — elaborati, appresi, individuali, il vero concerto — e calls, brevi e innati: allarme, contatto, richiamo. Quello che ascolto all'alba è quasi sempre song. Ha un destinatario, ma è diffuso nello spazio. Non è un dialogo: è una dichiarazione pubblica continua, un'affermazione di esistenza lanciata verso nessuno in particolare e verso tutti insieme. Quella voce che sento e che nella mia mente suona come "Va beneeeee?" — con quel tono interrogativo e quasi ironico — è quasi certamente un merlo, Turdus merula. Tra i cantori più sofisticati d'Europa: canto vario, quasi improvvisato, con cadenze ascendenti e discendenti che il cervello umano tende istintivamente ad antropomorfizzare. Gli si prestano parole. Gli si attribuiscono intenzioni. È inevitabile. Ma è anche il punto esatto in cui ci sbagliamo, o almeno, in cui la cosa più interessante ci sfugge. Perché il canto degli uccelli non è linguaggio. Ha struttura, ha intenzione, ha persino qualcosa che somiglia alla sintassi, ma non entra nel nostro ordine simbolico. Non significa per noi. Esiste in una dimensione che il significato non raggiunge e che nessuna traduzione potrà mai raggiungere del tutto. Posso chiamarlo "Va bene?" ma in quel momento l'ho già perso. L'ho addomesticato, ridotto, portato dentro un sistema che non è più il suo.
Lacan chiamava il Reale questa zona: non la realtà — quella è già mediata, già organizzata dal linguaggio e dalle immagini — ma ciò che le sta prima, o dopo, o ai margini. Ciò che resiste alla simbolizzazione in modo assoluto. Il Reale non si rappresenta: al massimo si sfiora, in quei momenti in cui qualcosa ci tocca senza che riusciamo a dire esattamente cosa, o perché. Il canto degli uccelli all'alba vive lì. Ha la forma della comunicazione senza essere comunicazione per me. Arriva, mi raggiunge, produce qualcosa e tuttavia rimane dall'altra parte, intatto e irriducibile. Non lo capisco e non potrei capirlo. Ma lo ricevo. E questa ricezione impossibile è forse la cosa più precisa che posso dire. C'è una parola, anche questa lacaniana, che aiuta: jouissance. Non il piacere ordinario — quello che si nomina, si ripete, si gestisce — ma un godimento che eccede il significato, che viene precisamente da ciò che non si lascia addomesticare dalla parola. Quel buon umore inspiegabile che mi prende mentre ascolto, quella leggerezza che non so ricondurre a niente di preciso: potrebbe essere esattamente quello. Il contatto con qualcosa che esiste fuori dalla rete del senso e che per questo — paradossalmente — fa qualcosa in me in modo più diretto di quanto farebbe qualsiasi cosa comprensibile. La finestra aperta è un atto piccolo e preciso. Non cerco di capire ma accetto di essere attraversato. Il mondo funziona, rumoroso e indifferente, già in moto. Io lo abito un momento prima di doverlo gestire, in quel margine stretto tra il sonno e il giorno, in cui il Reale passa e per una volta, invece di difendermi, lascio che passi. E questo è già sufficiente. Anzi, è moltissimo.
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