RIZOMI: Un dialogo sotterraneo tra umano e vegetale
“L'orchidea fa rizoma con la vespa perché si deterritorializza nell'immagine della vespa come la vespa si territorializza in quest'immagine.”
Gilles Deleuze e Félix Guattari
Come un archeologo del futuro che ritrova frammenti di un mondo perduto, alcuni anni fa ho scoperto, in modo del tutto fortuito, tra vecchie carte polverose alcuni disegni straordinari: figure umane che sembravano essere costituite interamente da radici, rami, foglie e terra. Non si trattava di semplici allegorie romantiche, ma di qualcosa di più profondo e inquietante. Quelle immagini rivelavano l'esistenza di un popolo dimenticato che aveva vissuto in simbiosi perfetta con gli alberi e la natura, in un tempo indefinito dove i confini tra regno animale e vegetale si dissolvevano. La ricerca sul campo, condotta con la precisione di un botanico e la passione di un visionario, ha portato alla luce testimonianze fotografiche che confermano l'intuizione: esistono davvero tracce di questa ibridazione ancestrale. Le immagini che emergono da questo lavoro documentario non sono più solo reperti del passato, ma diventano veri e propri specchi di una possibilità evolutiva che la modernità ha rimosso. La tradizione filosofica occidentale ha costruito una separazione netta tra l'essere umano e il resto del mondo vivente. Aristotele separava l'uomo dagli altri viventi attraverso il logos. Questa capacità razionale e linguistica renderebbe l'essere umano l'unico "animale politico" capace di distinguere il giusto dall'ingiusto. Molti secoli dopo, Heidegger nel corso I concetti fondamentali della metafisica (1929-30) ha teorizzato una tripartizione ancora più rigida. L'essere umano è "weltbildend", letteralmente "formatore di mondo". Questo significa che può progettare, costruire significati e trasformare l'ambiente secondo i propri progetti. L'animale, invece, è "weltarm", ovvero "povero di mondo". Rimane intrappolato in un cerchio funzionale limitato dai suoi istinti e bisogni immediati. Non può accedere alla dimensione dell'essere come tale. Infine, la pietra è "weltlos", completamente "senza mondo". È priva di qualsiasi rapporto con ciò che la circonda ed esiste solo nella pura fattualità materiale. La classificazione heideggeriana può apparire più sofisticata di quella aristotelica. In realtà perpetua e radicalizza la stessa logica gerarchica. L'Occidente ha costruito una piramide ontologica che colloca l'uomo al vertice assoluto. Solo l'essere umano sarebbe capace di "aprire" il mondo attraverso il linguaggio e il pensiero. Tutto il resto della natura rimane chiuso nella propria inerzia o nella propria povertà esistenziale. L'homo technicus contemporaneo eredita e amplifica questa separazione fondamentale. Non è mai stato mondo, inteso come tessuto interconnesso di relazioni vitali. Ha sempre cercato di vivere nel mondo, come se fosse un contenitore esterno da dominare e controllare. Il mondo diventa qualcosa da piegare ai propri progetti di trasformazione e sfruttamento. La tecnica moderna rappresenta l'esito estremo di questa postura. Il mondo si trasforma in quello che Heidegger chiamava "fondo di riserva" (Bestand). Diventa cioè un insieme di risorse sempre disponibili per la manipolazione umana. Ma questo rapporto gerarchico genera un conflitto perpetuo. L'uomo tecnologico vive nell'illusione della separazione, costruendo muri invisibili tra sé e il tessuto vivente che lo circonda. Ogni conquista tecnologica approfondisce questa scissione, ogni progresso lo allontana dalla consapevolezza di essere parte di un organismo più ampio e complesso. Il rizoma, come lo concepiscono Deleuze e Guattari, non è una semplice metafora botanica: è un modello radicalmente alternativo di pensare le connessioni. Il rizoma si estende orizzontalmente, moltiplicandosi senza centro né direzione prestabilita. Ogni punto può connettersi con qualsiasi altro punto, creando reti imprevedibili, concatenamenti che sfuggono al controllo della ragione classificatrice. Nel rizoma non esiste un "sopra" e un "sotto", un dominante e un dominato. Esiste solo la molteplicità pura che si fa e si disfa continuamente, che si deterritorializza e si riterritorializza secondo logiche fluide e nomadi. È la fine del regno e l'inizio della rete, la dissoluzione dell'impero e l'emergere dell'ecosistema. In questa prospettiva rizomatica, le immagini ibride che costituiscono il cuore del progetto assumono la natura di autentici quasi-oggetti, nel senso che Michel Serres attribuisce a questo concetto rivoluzionario. Non si tratta di semplici rappresentazioni artistiche o di documenti antropologici, ma di mediatori attivi che circolano nello spazio espositivo generando nuove soggettività e inedite forme di relazione. Ogni immagine di essere umano-vegetale non resta mai ferma nel suo significato. Circola tra i visitatori, li trasforma nel momento stesso in cui viene osservata, interpretata, ricomposta o ri-contestualizzata. Quando un visitatore si sofferma e interagisce con una di queste figure ibride, non sta semplicemente guardando un'opera d'arte: sta entrando in un processo di co-costituzione reciproca. L'immagine lo guarda a sua volta, lo interroga, lo spinge a riconsiderare i confini della propria identità umana. Il quasi-oggetto ha infatti la peculiarità di non appartenere mai definitivamente a nessuno, pur costituendo tutti coloro che entrano nella sua orbita di influenza. Le immagini di questi esseri rizomatici creano temporanei collettivi di senso: un gruppo di visitatori si forma spontaneamente attorno a una composizione, condivide impressioni, genera interpretazioni collaborative, per poi sciogliersi e ricomporsi attorno ad altre costellazioni visive. Ma i quasi-oggetti di questa mostra-performance non sono solo le immagini. Anche le cornici mobili, i frammenti testuali, gli aforismi filosofici sparsi nello spazio funzionano come mediatori attivi. Una citazione di Deleuze, spostata accanto a un'immagine di corpo-radice, non illustra semplicemente un concetto: lo trasforma, lo fa reagire con elementi imprevisti, genera concatenamenti di senso che nessuna programmazione autoriale avrebbe potuto anticipare. La mostra-performance si configura come un laboratorio di connessioni impreviste. Non offre risposte preconfezionate ma crea le condizioni perché il pubblico diventi co-autore di un dialogo mai davvero accaduto nella storia della cultura occidentale. Le immagini di questi esseri ibridi -umani che sono diventati paesaggio, corpi che si sono fatti terra e humus- vengono disposte nello spazio espositivo senza un ordine narrativo tradizionale. Accanto a esse, aforismi filosofici, frammenti poetici, citazioni scientifiche creano costellazioni di senso che il visitatore può attraversare secondo percorsi sempre diversi. Il pubblico non subisce passivamente un discorso già strutturato, ma partecipa attivamente alla costruzione di significati inediti. Ogni visitatore può creare associazioni originali tra immagini e parole, può tracciare mappe cognitive personali, può inventare genealogie alternative tra concetti apparentemente lontani. Le cornici diventano supporti mobili per composizioni temporanee che il pubblico stesso crea e ricrea. In questa dinamica, i visitatori stessi diventano parte del sistema dei quasi-oggetti. Non sono più semplici spettatori passivi, ma elementi attivi di una rete di mediazioni che si trasforma continuamente. La loro presenza, i loro movimenti nello spazio, le loro interazioni verbali e gestuali contribuiscono a riorganizzare costantemente l'ecosistema espositivo. Ogni nuovo arrivo modifica l'equilibrio relazionale, ogni partenza lascia tracce invisibili che influenzeranno le interazioni successive. Ogni combinazione, ogni associazione creata dai visitatori viene registrata insieme a un pensiero, una riflessione, una intuizione del co-autore. Non si tratta di interpretazioni definitive, ma di tracce di un processo di pensiero in movimento, di una cartografia dinamica che si arricchisce continuamente. Questi frammenti di dialogo -tra umano e vegetale, tra individuo e ecosistema, tra tecnologia e natura- costituiscono l'archivio vivente della mostra. Un archivio che non pretende di essere sistematico o completo, ma che documenta i tentativi di ricucire rapporti spezzati, di inventare nuove forme di convivenza, di immaginare possibilità evolutive inedite. L'archivio stesso funziona come un quasi-oggetto di ordine superiore: accumula le tracce delle interazioni, le rimette in circolazione attraverso nuove configurazioni espositive, genera feedback che influenzano le composizioni successive. Ogni registrazione diventa potenziale elemento di future combinazioni, ogni riflessione può essere riattivata in contesti inediti. In un'epoca di crisi ecologica planetaria, questa ricerca artistica e filosofica acquista una valenza politica immediata. Non si tratta di nostalgia per un passato perduto o di fuga verso un primitivismo impossibile. Si tratta di sperimentare nuove forme di coscienza, di educare la sensibilità a percepire le interconnessioni sottili che ci legano al mondo vivente. L'arte, in questo contesto, diventa uno strumento di ricerca e di trasformazione. Non illustra teorie già formulate, ma genera nuove possibilità di esperienza. Non predica conversioni, ma crea le condizioni perché emergano intuizioni inaspettate. I quasi-oggetti della mostra operano come dispositivi di sensibilizzazione ecologica: non trasmettono messaggi ambientalistici diretti, ma producono quella che potremmo chiamare una "ecologia della percezione". Modificano sottilmente i modi di vedere, di sentire, di relazionarsi con l'alterità vivente. Creano micro-trasformazioni soggettive che possono sedimentarsi in forme di coscienza più aperte e interconnesse. La mostra non ha un finale programmato né una conclusione definitiva. Come un rizoma autentico, può sempre estendersi, ramificarsi, connettersi ad altri progetti e altre ricerche. Ogni visitatore porta via con sé non solo immagini e concetti, ma soprattutto una diversa modalità di stare al mondo. Il dialogo che si inaugura tra le pareti della galleria è destinato a continuare negli spazi della vita quotidiana, nei rapporti con gli altri viventi, nella percezione dell'ambiente urbano e naturale. L'obiettivo ultimo non è la creazione di un'opera d'arte autocontenuta, ma l'innesco di un processo di trasformazione culturale che riconosca la nostra fondamentale interdipendenza con tutto ciò che vive. In questo senso, la mostra è essa stessa un rizoma: un concatenamento che genera altri concatenamenti, una molteplicità che si apre verso altre molteplicità, un dialogo che produce infiniti altri dialoghi possibili. Ma è anche un sistema complesso di quasi-oggetti che continua a circolare ben oltre i confini fisici e temporali dell'evento espositivo, trasformando chiunque sia entrato nel suo raggio d'azione in potenziale mediatore di nuove connessioni tra umano e non-umano, tra soggettività e mondo vivente.
Pensare per immagini. Un viaggio tra fotografia, filosofia e linguaggio
La Sintassi del Visivo
L'Immagine Pensosa di Jacques Rancière: una zona di Indecidibilità tra Ragione ed Esperienza
Sulla post-fotografia
RADICanto
L'incoscienza dell'Albero
Gilles Deleuze e Félix Guattari
Come un archeologo del futuro che ritrova frammenti di un mondo perduto, alcuni anni fa ho scoperto, in modo del tutto fortuito, tra vecchie carte polverose alcuni disegni straordinari: figure umane che sembravano essere costituite interamente da radici, rami, foglie e terra. Non si trattava di semplici allegorie romantiche, ma di qualcosa di più profondo e inquietante. Quelle immagini rivelavano l'esistenza di un popolo dimenticato che aveva vissuto in simbiosi perfetta con gli alberi e la natura, in un tempo indefinito dove i confini tra regno animale e vegetale si dissolvevano. La ricerca sul campo, condotta con la precisione di un botanico e la passione di un visionario, ha portato alla luce testimonianze fotografiche che confermano l'intuizione: esistono davvero tracce di questa ibridazione ancestrale. Le immagini che emergono da questo lavoro documentario non sono più solo reperti del passato, ma diventano veri e propri specchi di una possibilità evolutiva che la modernità ha rimosso. La tradizione filosofica occidentale ha costruito una separazione netta tra l'essere umano e il resto del mondo vivente. Aristotele separava l'uomo dagli altri viventi attraverso il logos. Questa capacità razionale e linguistica renderebbe l'essere umano l'unico "animale politico" capace di distinguere il giusto dall'ingiusto. Molti secoli dopo, Heidegger nel corso I concetti fondamentali della metafisica (1929-30) ha teorizzato una tripartizione ancora più rigida. L'essere umano è "weltbildend", letteralmente "formatore di mondo". Questo significa che può progettare, costruire significati e trasformare l'ambiente secondo i propri progetti. L'animale, invece, è "weltarm", ovvero "povero di mondo". Rimane intrappolato in un cerchio funzionale limitato dai suoi istinti e bisogni immediati. Non può accedere alla dimensione dell'essere come tale. Infine, la pietra è "weltlos", completamente "senza mondo". È priva di qualsiasi rapporto con ciò che la circonda ed esiste solo nella pura fattualità materiale. La classificazione heideggeriana può apparire più sofisticata di quella aristotelica. In realtà perpetua e radicalizza la stessa logica gerarchica. L'Occidente ha costruito una piramide ontologica che colloca l'uomo al vertice assoluto. Solo l'essere umano sarebbe capace di "aprire" il mondo attraverso il linguaggio e il pensiero. Tutto il resto della natura rimane chiuso nella propria inerzia o nella propria povertà esistenziale. L'homo technicus contemporaneo eredita e amplifica questa separazione fondamentale. Non è mai stato mondo, inteso come tessuto interconnesso di relazioni vitali. Ha sempre cercato di vivere nel mondo, come se fosse un contenitore esterno da dominare e controllare. Il mondo diventa qualcosa da piegare ai propri progetti di trasformazione e sfruttamento. La tecnica moderna rappresenta l'esito estremo di questa postura. Il mondo si trasforma in quello che Heidegger chiamava "fondo di riserva" (Bestand). Diventa cioè un insieme di risorse sempre disponibili per la manipolazione umana. Ma questo rapporto gerarchico genera un conflitto perpetuo. L'uomo tecnologico vive nell'illusione della separazione, costruendo muri invisibili tra sé e il tessuto vivente che lo circonda. Ogni conquista tecnologica approfondisce questa scissione, ogni progresso lo allontana dalla consapevolezza di essere parte di un organismo più ampio e complesso. Il rizoma, come lo concepiscono Deleuze e Guattari, non è una semplice metafora botanica: è un modello radicalmente alternativo di pensare le connessioni. Il rizoma si estende orizzontalmente, moltiplicandosi senza centro né direzione prestabilita. Ogni punto può connettersi con qualsiasi altro punto, creando reti imprevedibili, concatenamenti che sfuggono al controllo della ragione classificatrice. Nel rizoma non esiste un "sopra" e un "sotto", un dominante e un dominato. Esiste solo la molteplicità pura che si fa e si disfa continuamente, che si deterritorializza e si riterritorializza secondo logiche fluide e nomadi. È la fine del regno e l'inizio della rete, la dissoluzione dell'impero e l'emergere dell'ecosistema. In questa prospettiva rizomatica, le immagini ibride che costituiscono il cuore del progetto assumono la natura di autentici quasi-oggetti, nel senso che Michel Serres attribuisce a questo concetto rivoluzionario. Non si tratta di semplici rappresentazioni artistiche o di documenti antropologici, ma di mediatori attivi che circolano nello spazio espositivo generando nuove soggettività e inedite forme di relazione. Ogni immagine di essere umano-vegetale non resta mai ferma nel suo significato. Circola tra i visitatori, li trasforma nel momento stesso in cui viene osservata, interpretata, ricomposta o ri-contestualizzata. Quando un visitatore si sofferma e interagisce con una di queste figure ibride, non sta semplicemente guardando un'opera d'arte: sta entrando in un processo di co-costituzione reciproca. L'immagine lo guarda a sua volta, lo interroga, lo spinge a riconsiderare i confini della propria identità umana. Il quasi-oggetto ha infatti la peculiarità di non appartenere mai definitivamente a nessuno, pur costituendo tutti coloro che entrano nella sua orbita di influenza. Le immagini di questi esseri rizomatici creano temporanei collettivi di senso: un gruppo di visitatori si forma spontaneamente attorno a una composizione, condivide impressioni, genera interpretazioni collaborative, per poi sciogliersi e ricomporsi attorno ad altre costellazioni visive. Ma i quasi-oggetti di questa mostra-performance non sono solo le immagini. Anche le cornici mobili, i frammenti testuali, gli aforismi filosofici sparsi nello spazio funzionano come mediatori attivi. Una citazione di Deleuze, spostata accanto a un'immagine di corpo-radice, non illustra semplicemente un concetto: lo trasforma, lo fa reagire con elementi imprevisti, genera concatenamenti di senso che nessuna programmazione autoriale avrebbe potuto anticipare. La mostra-performance si configura come un laboratorio di connessioni impreviste. Non offre risposte preconfezionate ma crea le condizioni perché il pubblico diventi co-autore di un dialogo mai davvero accaduto nella storia della cultura occidentale. Le immagini di questi esseri ibridi -umani che sono diventati paesaggio, corpi che si sono fatti terra e humus- vengono disposte nello spazio espositivo senza un ordine narrativo tradizionale. Accanto a esse, aforismi filosofici, frammenti poetici, citazioni scientifiche creano costellazioni di senso che il visitatore può attraversare secondo percorsi sempre diversi. Il pubblico non subisce passivamente un discorso già strutturato, ma partecipa attivamente alla costruzione di significati inediti. Ogni visitatore può creare associazioni originali tra immagini e parole, può tracciare mappe cognitive personali, può inventare genealogie alternative tra concetti apparentemente lontani. Le cornici diventano supporti mobili per composizioni temporanee che il pubblico stesso crea e ricrea. In questa dinamica, i visitatori stessi diventano parte del sistema dei quasi-oggetti. Non sono più semplici spettatori passivi, ma elementi attivi di una rete di mediazioni che si trasforma continuamente. La loro presenza, i loro movimenti nello spazio, le loro interazioni verbali e gestuali contribuiscono a riorganizzare costantemente l'ecosistema espositivo. Ogni nuovo arrivo modifica l'equilibrio relazionale, ogni partenza lascia tracce invisibili che influenzeranno le interazioni successive. Ogni combinazione, ogni associazione creata dai visitatori viene registrata insieme a un pensiero, una riflessione, una intuizione del co-autore. Non si tratta di interpretazioni definitive, ma di tracce di un processo di pensiero in movimento, di una cartografia dinamica che si arricchisce continuamente. Questi frammenti di dialogo -tra umano e vegetale, tra individuo e ecosistema, tra tecnologia e natura- costituiscono l'archivio vivente della mostra. Un archivio che non pretende di essere sistematico o completo, ma che documenta i tentativi di ricucire rapporti spezzati, di inventare nuove forme di convivenza, di immaginare possibilità evolutive inedite. L'archivio stesso funziona come un quasi-oggetto di ordine superiore: accumula le tracce delle interazioni, le rimette in circolazione attraverso nuove configurazioni espositive, genera feedback che influenzano le composizioni successive. Ogni registrazione diventa potenziale elemento di future combinazioni, ogni riflessione può essere riattivata in contesti inediti. In un'epoca di crisi ecologica planetaria, questa ricerca artistica e filosofica acquista una valenza politica immediata. Non si tratta di nostalgia per un passato perduto o di fuga verso un primitivismo impossibile. Si tratta di sperimentare nuove forme di coscienza, di educare la sensibilità a percepire le interconnessioni sottili che ci legano al mondo vivente. L'arte, in questo contesto, diventa uno strumento di ricerca e di trasformazione. Non illustra teorie già formulate, ma genera nuove possibilità di esperienza. Non predica conversioni, ma crea le condizioni perché emergano intuizioni inaspettate. I quasi-oggetti della mostra operano come dispositivi di sensibilizzazione ecologica: non trasmettono messaggi ambientalistici diretti, ma producono quella che potremmo chiamare una "ecologia della percezione". Modificano sottilmente i modi di vedere, di sentire, di relazionarsi con l'alterità vivente. Creano micro-trasformazioni soggettive che possono sedimentarsi in forme di coscienza più aperte e interconnesse. La mostra non ha un finale programmato né una conclusione definitiva. Come un rizoma autentico, può sempre estendersi, ramificarsi, connettersi ad altri progetti e altre ricerche. Ogni visitatore porta via con sé non solo immagini e concetti, ma soprattutto una diversa modalità di stare al mondo. Il dialogo che si inaugura tra le pareti della galleria è destinato a continuare negli spazi della vita quotidiana, nei rapporti con gli altri viventi, nella percezione dell'ambiente urbano e naturale. L'obiettivo ultimo non è la creazione di un'opera d'arte autocontenuta, ma l'innesco di un processo di trasformazione culturale che riconosca la nostra fondamentale interdipendenza con tutto ciò che vive. In questo senso, la mostra è essa stessa un rizoma: un concatenamento che genera altri concatenamenti, una molteplicità che si apre verso altre molteplicità, un dialogo che produce infiniti altri dialoghi possibili. Ma è anche un sistema complesso di quasi-oggetti che continua a circolare ben oltre i confini fisici e temporali dell'evento espositivo, trasformando chiunque sia entrato nel suo raggio d'azione in potenziale mediatore di nuove connessioni tra umano e non-umano, tra soggettività e mondo vivente.
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